C’è chi accetta cose che in realtà non vuole e non condivide pur di non essere lasciato. Chi ha il terrore del tradimento e decide che metterà sempre le cose in chiaro prima, trasformando il rapporto in un contratto, chi si annulla pur di compiacere. sentite l’eco dei bambini feriti a cui ognuno di questi individui, lungi dal prendersene cura, invece ostinatamente ancora si attacca? Il riverbero di un passato che ognuno di loro sembra voler assurdamente riparare nel presente? Fiutate l’odore delle emozioni represse e dei copioni emotivi disfunzionali? Percepite le dinamiche della dipendenza affettiva? Qualcosa di più sottile e tortuoso delle coppie nel bisogno, qualcosa di meno manifesto, giocato dentro nei percorsi della memoria e del riconoscimento, dell’attaccamento e della relazione. Sceneggiature del passato che vengono ogni volta riproposte, storie che si ripetono. Cambiano gli attori con cui ci relazioniamo, ma la trama alla fine risulta sempre la stessa. Crediamo che davvero pochi di noi non abbiano vissuto almeno una storia di questo genere, semplicemente perché davvero pochi di noi hanno avuto accesso a un attaccamento infantile fatto veramente di vicinanza emotiva, sintonizzazione reciproca, intimità e sano rispecchiamento. Un attaccamento fatto anche di delusioni e frustrazioni, luce e buio – entrambi necessari – ma in cui aver potuto apprendere l’arte del fluire attraverso gli opposti, il valore del vuoto e della solitudine, così come aver potuto godere della pienezza e della condivisione. A loro volta era stato così anche per i nostri genitori, ed ecco la trasmissione transgenerazionale dei copioni emotivi. Oggi sappiamo che le emozioni della madre influenzano persino i microRNA regolatori del feto e che questa memoria si mantiene fino alle tre generazioni successive. Ecco le basi genetiche delle costellazioni familiari…

Se poi aggiungiamo che tutta la psicologia del ’900 fino ai giorni nostri ancora è vittima di un equivoco circa la natura causativa del trauma, è difficile pensare che le relazioni possano essere libere, erotiche, profonde, creative e creatrici come potrebbero. L’equivoco riguarda il tentativo, destinato a fallire, di spiegare il presente attraverso il passato, l’idea che un individuo abbia una determinata problematica oggi perché nel passato ha avuto una determinata esperienza negativa, un determinato trauma. In questo modo si finisce per ritenere che trovato il trauma, in una specie di gioco dei perché, si risolverà il problema, cosa che puntualmente non accade. È un inganno temporale, in fondo. Come se davvero il tempo fosse lineare, come se sul serio ci fosse un prima a creare un dopo. Il problema di adesso è di adesso. Questo è l’unico tempo. Ed è esso stesso fuori dal tempo. Ciò che conta non sono gli eventi accaduti, bensì ciò che ne è stato fatto e soprattutto, quanto ancora vi siamo attaccati, invece che affidarli alla semplice storia della nostra permanenza nel tempo della vita, da esseri senza tempo quali siamo. Così le stesse credenze che la psicologia ci ha offerto – e come non accettarle? – fanno sì che continuiamo a cercare riparazione per il nostro passato nelle relazioni del presente, che continuiamo a chiedere a chi è oggi con noi di fare ciò che avremmo voluto che altri facessero in passato. Ciò che dovremmo fare invece è imparare l’arte del non attaccamento e del nuovo che si crea ogni momento. Quando riapriamo gli occhi su un nuovo giorno tutto il mondo rinasce. Perché invece perpetrare in noi ciò che già è stato? Come voler far rifiorire lo stesso ramo già seccato, invece che volgere lo sguardo al nuovo germoglio. Nelle coppie nel desiderio il passato domina il presente. Spesso tutto questo è inconsapevole. Bambine e bambini feriti si cercano, si trovano, si mettono insieme e cercano la riparazione di un passato già vissuto. In questo modo assai spesso lo ricreano. La felicità che conoscono è la felicità condizionata, cioè quella che viene dagli eventi esterni, legata a ciò che accade, legata a ciò che gli altri fanno o non fanno. Siamo nel regno del sistema cerebrale limbico, dove ogni azione è soprattutto una reazione, dove la memoria del prima guida le risposte, dove gli automatismi dei copioni emotivi decidono prima e più in fretta della nostra coscienza. Nelle coppie nel bisogno tutto è basico, l’altro in fondo va bene com’è, purché ci dia ciò che necessitiamo. Nelle coppie nel desiderio l’altro non va mai veramente bene, in fondo lo vorremmo diverso, perché è il copione della mancanza e dell’insoddisfazione che mettiamo in atto. Ci sono sempre un ma e un se davanti alla nostra felicità. Noi vorremmo che lui o lei fosse… facesse…volesse… qualcosa di diverso da ciò che è, fa, vuole.

Nelle coppie nel desiderio, diversamente che nelle coppie nel bisogno, che possono mantenersi stabili e uguali a se stesse anche per tutta la vita, vi è sempre una parabola o una ciclicità, un’alternanza di fasi. Di solito c’è una prima fase di grande innamoramento, di entusiasmo e di passione… nelle coppie nel desiderio infatti non “sto con te perché ho bisogno di te”, ma “sto con te perché mi piaci”. Ci fa felici essere a nostra volta apprezzati, amati. Se piacciamo siamo felici, se ci amano siamo felici, e di solito ci amano se siamo bravi, se facciamo quello che vogliono, oppure pensiamo di essere amati se diventiamo indispensabili. Ma dopo questa prima fase comincia la delusione, la lamentela. Lui non è abbastanza premuroso, lei non è abbastanza disinibita. Se lui fosse più presente sarebbe perfetto. Se lei non mi stesse così addosso mi sentirei più disponibile a impegnarmi. Nelle coppie nel desiderio proiettiamo i nostri irrisolti. Non ci si mette in coppia per essere felici, ma per evolvere. Quando il tuo partner fa qualcosa che non ti piace, allora in quel momento è il tuo più grande maestro e hai l’opportunità di imparare. È vero, è drammaticamente vero. Ma è per fortuna solo un passaggio. Vivere la dimensione di una coppia nel desiderio è una fortuna se affrontiamo il copione disfunzionale e finalmente lo lasciamo andare, una condanna se ci accontentiamo di pensare che la coppia sia appunto non un luogo dell’anima dove godere e accedere al mistero e alle forze della natura, ma un’eterna scuola di riparazione di emozioni. Le coppie nel desiderio servono proprio a questo. Sono lo specchio delle zavorre emotive che ancora non abbiamo lasciato andare. In queste coppie la passione esiste ma assai di frequente la difficoltà è proprio nella trasmutazione di questa passione.
Quando la coppia supera la prima fase di innamoramento e si fa stabile, ecco che allora il desiderio potrebbe vivere una stagione intensa di esperienze e approfondimento. Invece la difficoltà di accettazione dell’altro, specchio della difficoltà di accettazione di noi stessi, fa sì che in realtà l’altro non sia stato mai accettato per ciò che è, ma solo per la funzione riparativa che può avere, e genera un terribile sabotaggio del rapporto. Il partner si trasforma in una sorta di capro espiatorio su cui riversare dubbi, rivalse, rivendicazioni. “Sarà lui a dover cambiare!”, “Sarà lei a dover cedere!”… e si impegnano così, in questo compito tanto impossibile quanto infinito, buona parte delle proprie energie. Dietro al gioco “Tutta colpa tua se”, respirano paure e fragilità che vengono schermate attraverso il partner. Ed è così che questo atteggiamento di fondo di non accettazione dell’altro per ciò che è, nella sua diversità, conduce a una conflittualità che finisce per riverberarsi anche sul desiderio. Così la sessualità impossibile è un modo per esprimere scontento e lamentele che fuori dalla camera da letto restano non dette. Inoltre, potrà sembrare in contraddizione, ma le coppie nel desiderio sono animate completamente dal principio del piacere. Se scegliamo l’appagamento del desiderio e il piacere istantaneo, se non sappiamo differire al momento del compimento del nostro vero destino, allora cadiamo nella dipendenza, in fondo perdiamo noi stessi, barattiamo la nostra unicità e originalità, la missione della nostra anima, con la riparazione di copioni che non sono che simulacri di noi stessi.

Mentre le persone che vivono nelle coppie nel bisogno non hanno strutturato quel senso basico di autonomia e capacità di provvedere a se stesse, chi vive nella dimensione della coppia nel desiderio assai di frequente non ha avuto modo di strutturare e poi superare quella che per Freud sarebbe la fase del narcisismo sano e della sana dipendenza. Sono ancora dominati dal principio di piacere immanente. Conta ciò che fa stare bene ora e allontana qualsiasi esperienza che la mente cataloghi come dispiacere. Provare dolore o correre un rischio sembra intollerabile e la paura domina le scelte. Il dolore è solo un nemico, non una forza necessaria anch’essa alla nostra individuazione. Meglio tollerare un uomo infedele piuttosto che vivere il dolore dell’assenza. Meglio tollerare una donna incerta e irrisolta piuttosto che confrontarsi con la forza del femminile. Invece mentre accettiamo di incontrare ciò che ci fa paura, ciò che ci dà dolore e diciamo alla paura “Vieni, coglimi” e diciamo al dolore “Vieni, attraversami”, è lì che noi compiamo una trasmutazione interiore. Lì sappiamo chi siamo e cosa siamo qui a fare. Allora l’anima comincia a costruirsi, e questo è ciò che fanno le coppie nell’unione. Costruiscono insieme la manifestazione della propria anima. Così quando le coppie nel desiderio cominciano a prendere coscienza del passato che domina il loro presente vivono una fase in cui si convincono che coltivare l’amore significa risolvere le tensioni presenti nella relazione, scoprire il segreto dell’amore duraturo, trovare i modi di inventare la novità ogni giorno e cose di questo genere. Ma a un certo punto, in un fortunato punto, accade il primo salto quantico. Accade che, sul piano neurofisiologico, dalla pura attivazione limbica passiamo al coinvolgimento della corteccia prefrontale: come ormai sappiamo da tutti gli studi sull’intelligenza emotiva, quando attiviamo la capacità di auto-osservazione, la consapevolezza emotiva, l’atteggiamento mindful, attiviamo un preziosissimo network cerebrale che coinvolge tanto il sistema limbico quanto la corteccia prefrontale, in sinergia. La corteccia prefrontale, che è plastica, può allora esercitare le sue funzioni di integrazione superiore e letteralmente contribuire a plasmare i vissuti, le reazioni, i comportamenti. Nel momento in cui i due partner che hanno vissuto nella dimensione di coppia nel desiderio fino a quel momento cominciano a osservarsi, a interrogarsi, a riflettere, sempre più al di là del giudizio, sempre più comprendendo l’importanza di andare oltre la paura e le aspettative, si compie il primo miracolo della neuroplasticità. La stessa corteccia prefrontale che si attiva lavorando con il corpo, o con la meditazione e la preghiera, si attiva anche con il cosiddetto attaccamento sicuro.
Dovrebbe essere quello che abbiamo vissuto da bambini, ma se ciò non è accaduto, la buona notizia è che abbiamo l’opportunità di un upgrade cerebrale in ogni momento. Le parole d’ordine dell’attaccamento sicuro sono: sintonizzazione e vicinanza. Abbiamo l’opportunità di attaccarci con sicurezza a qualcuno quando sentiamo che quel qualcuno è realmente disponibile a sintonizzarsi con noi ed è emotivamente vicino a noi. Sintonizzarci con qualcuno vuol dire avere empatia, avere desiderio, capacità e intenzione di andare là dove quella persona si trova, senza giudizio, ma con l’autentico desiderio di vedere e sentire e conoscere chi abbiamo di fronte. Essere emotivamente vicini a qualcuno significa avere uno spazio interiore per il nostro sentire e il sentire dell’altro, avere la capacità di tollerare e lasciar fluire l’intensità delle nostre e delle sue emozioni, senza reprimerle e senza caderci dentro o esplodere. Questo non significa che non diremo mai di no, che non proveremo fastidio o rabbia, al contrario, saremo anche disponibili ad accogliere ciò che la rabbia porta come dono di consapevolezza. L’attaccamento sicuro non esclude nessuna emozione, non ritiene che vi siano emozioni negative da reprimere o non mostrare, è piuttosto in comunione di emozioni e supera la dicotomia buono e cattivo. Nell’attaccamento sicuro siamo più interessati all’autenticità che al compiacimento. Ci sentiamo liberi di essere come siamo, anche con i lati cosiddetti negativi, perché sappiamo che l’altro vuole conoscerci davvero, e noi pure vogliamo davvero conoscere l’altro e se ancora vediamo lati positivi e negativi siamo in grado di tenerli insieme, di tollerare che ci siano e non per questo rompere la relazione, temere l’abbandono, praticare il distacco preventivo per non soffrire. Le coppie nel desiderio che si trovano in questa fase, e oggi sono il caso più frequente, le chiamo coppie nel percorso. Sono in evoluzione.

